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⑺ Anima "Anima e Depersonalizzazione"

mercoledì 22 aprile 2009, di M. Trentin

Nel precedente percorso "Anima e Psiche" è emerso il ruolo di coscienza nel rapporto con anima. L’individuazione di due differenti coscienze: "coscienza animica e coscienza egoica" , secondo il pensiero di G. Jung e J. Hillman, identificano ne l linguaggio archetipico l’influenza di Anima e dell’Io. In questo meraviglioso percorso all’interno del sensibile la domanda in questione mette in risalto il senso di identità personale….

PARTE SECONDA

…non può esservi coscienza senza la percezione delle differenze. G. Jung CW, XIV, par. 603 - Opere. XIV, ɪɪ, p.423

"Paul Schilder… Condizione in cui l’individuo si sente totalmente cambiato rispetto al suo lato precedente. Il cambiamento investe sia l’Io sia il mondo esterno, e ha come conseguenza che il soggetto non si riconosce più una personalità. Le sue azioni gli appaiono automatiche. Osserva le proprie attività come se fosse uno spettatore casuale. Il mondo esterno appare estraneo e sconosciuto e ha perduto la sua realtà"

"J. Hillman… Abbiamo qui una persona che dice: «Io non sono più io»oppure: «o la sensazione di non essere una persona». Tenendo presente la nozione di Anima, passiamo ora in rassegna le principali caratteristiche della depersonalizzazione… Primo, non è un sintomo specifico di nessuna sindrome. Compare negli stati tossici, nell’epilessia e nelle malattie organiche del cervello, ma anche negli individui normali, durante la pubertà come nella vecchiaia, e inoltre nella isteria, nella melanconia, negli stati ansiosi, nelle nevrosi fobiche e coatte come pure nella schizofrenia e nelle psicosi maniaco-depressive."

"J. Hillman… Secondo, molti autori ritengono che la depersonalizzazione sia un disturbo del rapporto tra l’Io e il mondo, in particolare del rapporto su cui si fonda il senso della realtà di entrambi: nell’individuo che soffre di depersonalizzazione, infatti, il senso di irrealtà non riguarda solo lui stesso, ma investe anche il mondo, che appare come velato, o al di là di un vetro; c’è, ma in realtà non c’è."

"J. Hillman… Terzo, pare che la depersonalizzazione compaia sopratutto in situazioni di monotonia, apatia, routine, di ridotto input sensoriale. Le esperienze diventano semplici eventi e non significano più «me»(K. Schneider, Meinhaftigkeit,pp. 256-59)."

J. Hillman…Quarto, per seguire Janet, il tipo di personalità che presenta questo sintomo è l’astenico o il psicoastenico. La depersonalizzazione rientra cioè in un quadro di labilità psichica e colpisce il tipo di persone che oggi definiremmo insicure, confuse, scombinate….

J. Hillman… Quinto, accanto allo svuotamento dell’«io» si ha una trasformazione del mondo, il quale perde il suo carattere estetico, fisiognomico ed empatico; il mondo, insomma, non ha più significato personale, non ha più «importanza» nel senso di A: N: Whitehead. Si ha inoltre una perdita del valore del tempo, della percezione della profondità e della prospettiva visiva: qui e là, vicino e lontano si fondono; il mondo diventa una distesa piatta e uniforme (B. Kimura, 1963, p.394).

Arte Contradd…Si è visto nel precedente articolo "Anima e Psiche" come il rapporto di Coscienza trova origine al suo interno, dall’espressività di anima: con l’immagine, e dal linguaggio mentale: con il pensiero. La sua relazione con l’esterno incontra tramite l’Io una sua realtà. Questa possibilità si dirige verso un percorso logico che segue la struttura originaria della sua natura: L’atto Conoscitivo. In questo nuovo percorso interiore nel rapporto di anima con l’influenza esterna, J. Hillman si dirige verso un obbiettivo a carattere professionale opposto al precedente, individuando nella Depersonalizzazione una Realtà che trova una possibile interpretazione parallela alla condizione Cosciente. Il mio intento non è di inoltrarmi in un percorso di competenza psichico o psichiatrico, ma accompagnare il pensiero analitico in connessione al Linguaggio Visivo.

Seguendo le cinque possibilità che trovano nella Depersonalizzazione la sua possibile origine, scopro un punto che accomuna tutte le principali analisi, potendole raccogliere in una unica e precisa condizione. Questa possibilità è racchiusa in un preciso atto conseguente alla presenza di una Realtà Concreta. Gran parte dei sintomi o delle condizioni psichiche e caratteriali di ogni soggetto interessato, trovano spunto nella fase di contatto tra la Realtà Interiore e la Realtà Esteriore, costruendo un Atto di Rifiuto, conseguenza di una imposizione a Carattere Traumatico. Lo "Scock", inteso come rifiuto e paura, per l’individuo interessato diventa lo spunto che induce alla creazione di una Realtà Immaginaria. Dunque l’Immagine e conseguentemente l’Immaginario, azione, diventano i mattoni che difendono dalla imposta presenza della Realtà Esterna. L’Arte ha potuto interpretare in un certo modo questa realtà, la si può trovare in un preciso periodo storico inglobata nell’Arte Gotica ed in particolare nell’Arte Fiamminga.

Sono Espressioni esteticamente Immaginarie, ma rispecchiano le realtà presente dell’epoca. Soprattutto nella civiltà nordica dove l’influenza terrifica e fantastica è ancora presente ed influente, rappresentando le forze della natura in elementi simbolici anch’essi terrifichi e fantastici. Sono sempre rappresentazioni che vengono racchiuse in simboli. Questo elemento ritengo sia molto importante, in quanto è la rappresentazione di di una realtà opposta. Il simbolo diventa archetipo o meglio contenitore di una Realtà Immaginaria, ma nello stesso momento rappresentatrice di una sensazione o di uno stato d’animo, non del singolo individuo, ma di una comunità e cultura.

Nei giorni nostri un altro periodo storico ha cercato di rappresentare in un certo modo attraverso le Arti questa Realtà, mi riferisco al romanticismo. Ritengo che alcuni artisti come Johann Heinrich Füssli e William Blake, possano rappresentare il desiderio di esprimere in pittura la dimensione interiore.

Anche in questo caso l’elemento simbolico è Archetipo di uno Stato d’Animo che rappresenta non il singolo individuo, ma un particolare mito, il quale è portavoce di una dimensione che ingloba l’influenza culturale e sociale del momento.

"J. Hillman… In effetti la depersonalizzazione rarefà l’Io, riducendolo alla più scarna definizione: «l’esperienza che l’individuo ha di se stesso». [1] Tutte le funzioni della coscienza, compreso l’Io, sono presenti e operanti, ma è scomparso il senso di essere una persona, l’interiorità soggettiva, il senso di «me-ità» e con esso va perduto anche il senso del mondo.

"J. Hillmann… Sapere dove cercare, tuttavia, ci insegna qualcosa sul come cercare. Se mettiamo in relazione archetipo e sintomo, ecco che cominciamo a capire davanti a quale altareportare le nostre rimostranze: ci sono degli Dei nelle nostre malattie, suggerisce Jung, [2] e dunque possiamo riferire a loro la nostra malattia, Un modo per riferire l’archetipo dell’Anima al sintomo della depersonalizzazione potrebbe essere quello di ridare vita alle immagini."

"J. Hillman… La revivificazione delle immagini ricostruisce la credenza nella propria persona attraverso la credenza in un mondo personificato dotato di intenzionalità personale, nonché la fiducia in se stessi come portatori di personalità interiori, Grinnell (Spring 1970) ha chiamato questo stato «fede psicologica»" G. Jung…. [3] [4]

Arte Contradd…Ho lasciato scorrere i pensieri di Hillman e le valutazioni di Jung, per inquadrare al meglio l’importanza dell’Immagine che ha nei confronti di un "Comportamento Interiore". Ciò che esalta il mio percorso di ricerca è che l’Immagine diventa sempre più il linguaggio di una struttura interiore ed in un certo modo determina la propria Realtà. Nel caso della Depersonalizzazione si è visto come l’Arte cerca di confrontarsi con la Realtà Esterna attraverso l’espressione Simbolica. Simbolo che nel linguaggio esteriore si trasforma in Archetipo. L’Archetipo stesso ha bisogno a sua volta di un suo interlocutore ed il Mito è il contenitore adatto. Nel mio percorso di ricerca pittorica nel progetto il Bestiario il concetto di Mito viene impostato secondo questo principio. Ritornando all’interpretazione dell’Arte nei confronti di questa Realtà, si è visto come "la depersonalizzazione" non sia ancora stata definita, dal punto di vista "estetico", ed espressa secondo le proprie vere sembianze. La mia possibile risposta si aggancia non al singolo problema, ma in un certo modo vuole abbracciare tutta la Visione di una Singola Realtà Interiore. Ritengo che vi siano due confini che giustificano la Volontà di esprimere lo stato interiore e che in un certo modo tracciano un distinguo di carattere culturale: La rappresentazione Visiva dell’Arte, che pone il Metodo e l’Esperienza come mezzi che esprimono la presenza di un percorso culturale. Il secondo caso invece è rivolto all’Espressione "patologica" del Singolo Individuo, dettata più da un "impulso interiore" e quindi "necessità interiore", che è conseguente di una Imposizione della Realtà Esterna. Potrei riassumere in due parole queste due constatazioni: Esposizione - Rifugio

Note

[1] G. Jung…Attraverso la riflessione, la «vita» e la sua «anima» vengono astratte dalla Natura e dotate di esistenza autonoma. (Nota:….la riflessione è un atto spirituale che va in direzione opposta a quella del processo naturale;…essa va dunque intesa come atto del diventar consci). CW, XI, par. 235 e nota9 Opere, Xi, p. 157 e nota 9 G. Jung

[2] G. Jung… Gli dèi sono diventati malattie….. CW, XIII, par. 54 Opere, XIII, p. 47

[3] Anziché lasciarsi convincere una volta ancora che il demone è illusione, (l’uomo occidentale) dovrebbe fare nuovamente esperienza della realtà di quell’illusione…. Le sue tendenze dissociative sono personalità psichiche reali ma dotate di una realtà variabile… La depersonificazione ci mette in grado di vedere la relativa realtà di quel sistema autonomo, e non solo ne rende possibile l’assimilazione, ma depotenzia anche le forze demoniache della vita. CW, XIII, par. 555 Opere, XIII, pp. 47-48 G. Jung.

[4] G. Jung… Per decine d’anni, quando avevo l’impressione che il mio comportamento emotivo fosse turbato, e che si fosse costellato qualcosa nell’inconscio, ho sempre chiesto aiuto all’Anima. «Che cosa stai escogitando?» le dicevo «Che cosa vedi? Mi piacerebbe saperlo» Dopo qualche resistenza, l’Anima produceva sempre un’immagine. una volta che l’immagine si era formata, l’inquetudine o il senso di opressione svanivano. Tutta l’energia di queste emozioni veniva trasformata in interesse e curiosità per quell’immagine. e parlavo con l’anima delle immagini che lei mi comunicava… MDR, pp. 187-88 RSR, p.231 G. Jung

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